lunedì, 22 dicembre 2008
Diversamente dalla vita i libri non riservano sorprese anche i gialli sono abbastanza prevedibili, i libri non sferrano cazzotti a tradimento e quelli buoni e bravi e belli ti avvolgono ogni volta che ne hai bisogno e sussurrano parole di consolazione e di speranza. La vita no e non è una gran consolazione dirmi -ma io sto bene!
traduzione di Eva Kampmann
Avrei voluto da tempo scrivere qualcosa su GILEAD di Marilynne Robinson, autrice americana di formazione cristiana, per dire che è un bel libro anche per atei incalliti come me. L'autrice rende partecipi di assunti teologici in modo suggestivo talvolta ironico tali da renderli comprensibili e accettabili, almeno razionalmente; lo spunto da cui parte è una lettera che un padre, pastore di anime, già anziano e prossimo alla morte scrive al giovanissimo figlio raccontandogli come una parabola la sua storia e quella della famiglia. Il romanzo non ha cedimenti è solido, ben scritto o meglio ben tradotto. Neanche oggi sono riuscita a scrivere di questo libro come avrei voluto, ma voglio che chi ancora non ne avesse sentito parlare lo conosca, merita! Del resto la recensione di Gobetti più sotto è splendida.

Ho letto poco in questo periodo, ma tra le fregature che ho preso c'è ROSSOVERMIGLIO di Benedetta Cibrario premio Campiello con recensione pure sull'Indice, recensione di qualità del tutto sprecata per un libro che trova motivazione della sua presunta bellezza nel titolo (così è stato anche scritto!), infatti con molti libri ci si dovrebbe limitare a leggere quello e lasciare perdere il resto, in due parole un romanzo alla Liala sotto i fumi dell'alcool, no peggio. Non regalatelo se proprio non volete male a chi lo donate. Cellulosa sprecata, un peccato mortale nei confronti della natura!
dalla recensione dell'INDICE di GILEAD di Norman Gobetti
"Non c'è un balsamo in Gilead?" domandava il profeta Geremia. "Non c'è proprio un balsamo in Gilead?" insisteva l'anonima voce in The Raven di Edgar Allan Poe, e il malefico corvo naturalmente rispondeva: "Nevermore". Di quel balsamo che guarisce le ferite sono invece cosparse le pagine di Gilead di Marilynne Robinson, uno di quei rari libri capaci di sorprendere il lettore, mosche bianche in un panorama editoriale non troppo variegato.
Gilead, che nelle Bibbie italiane appare solitamente come Galaad, e che alla lettera in ebraico significa "mucchio della testimonianza", è una regione della Transgiordania, ma qui è il nome della piccola cittadina dell'Iowa in cui vive il protagonista, il reverendo John Ames, predicatore congregazionista, figlio e nipote di predicatori e padre in tarda età di un figlio giunto in extremis. Proprio al figlio, che ha sette anni, il reverendo ormai alle soglie della morte (siamo nel 1956) indirizza un diario – questo libro – che è insieme memoria famigliare, giornale quotidiano, zibaldone spirituale, lascito teologico e summa di un'esistenza.
Un'esistenza appartata, silenziosa (se si escludono i tanti sermoni domenicali) e quasi priva di avvenimenti, ben diversa da quella del nonno, profeta visionario, agguerrito abolizionista, sostenitore della lotta armata contro la schiavitù, e diversa anche da quella del padre, convinto pacifista di tendenze quacchere, in conflitto tanto con la generazione precedente quanto con quella successiva influenzata dalla speculazione filosofica europea e ormai a disagio con i dogmi indiscussi. Un'esistenza trascorsa nella solitudine e nella preghiera, fra letture di "vecchi libri" e partite di baseball ascoltate alla radio. Un'esistenza solo in tarda età illuminata dall'amore di una donna, una donna "intensa e severa", apparsa dal nulla come un angelo, o come una donna di Betania, con il suo vaso d'alabastro pieno d'olio profumato, pieno di balsamo.
La gratitudine verso Dio per questa tardiva inattesa consolazione è il tratto dominante del protagonista, il chiavistello che gli permette di posare su tutto ciò che lo circonda uno sguardo purificato, di riconciliarsi con le figure ostiche del nonno e del padre, di abbracciare nel ricordo il lontano fratello Edward (studioso di quel Feuerbach che, se per Edward è stata la via maestra all'ateismo, per John Ames è un imbattibile cantore degli "aspetti gioiosi della religione") e, infine, di accogliere e perdonare e benedire il giovane Jack Boughton, figlio scapestrato e impenitente del suo più caro amico, e per lui fonte di ansietà e gelosie senili.
Senza quasi che il lettore se ne accorga, Marilynne Robinson racconta in questo libro niente meno che la storia di un santo, un santo che non si fa annunciare da roboanti miracoli e che mai oserebbe proclamarsi tale, e l'inconsueto fascino del libro sta proprio in questo dire tutto dando l'impressione di non dire niente, con uno stile profondo e umile (molto ben reso in traduzione) che è l'esatto contrario del vuoto virtuosismo di tanti scrittori che vanno per la maggiore. (...)
traduzione di Eva KampmannAvrei voluto da tempo scrivere qualcosa su GILEAD di Marilynne Robinson, autrice americana di formazione cristiana, per dire che è un bel libro anche per atei incalliti come me. L'autrice rende partecipi di assunti teologici in modo suggestivo talvolta ironico tali da renderli comprensibili e accettabili, almeno razionalmente; lo spunto da cui parte è una lettera che un padre, pastore di anime, già anziano e prossimo alla morte scrive al giovanissimo figlio raccontandogli come una parabola la sua storia e quella della famiglia. Il romanzo non ha cedimenti è solido, ben scritto o meglio ben tradotto. Neanche oggi sono riuscita a scrivere di questo libro come avrei voluto, ma voglio che chi ancora non ne avesse sentito parlare lo conosca, merita! Del resto la recensione di Gobetti più sotto è splendida.

Ho letto poco in questo periodo, ma tra le fregature che ho preso c'è ROSSOVERMIGLIO di Benedetta Cibrario premio Campiello con recensione pure sull'Indice, recensione di qualità del tutto sprecata per un libro che trova motivazione della sua presunta bellezza nel titolo (così è stato anche scritto!), infatti con molti libri ci si dovrebbe limitare a leggere quello e lasciare perdere il resto, in due parole un romanzo alla Liala sotto i fumi dell'alcool, no peggio. Non regalatelo se proprio non volete male a chi lo donate. Cellulosa sprecata, un peccato mortale nei confronti della natura!
dalla recensione dell'INDICE di GILEAD di Norman Gobetti
"Non c'è un balsamo in Gilead?" domandava il profeta Geremia. "Non c'è proprio un balsamo in Gilead?" insisteva l'anonima voce in The Raven di Edgar Allan Poe, e il malefico corvo naturalmente rispondeva: "Nevermore". Di quel balsamo che guarisce le ferite sono invece cosparse le pagine di Gilead di Marilynne Robinson, uno di quei rari libri capaci di sorprendere il lettore, mosche bianche in un panorama editoriale non troppo variegato.
Gilead, che nelle Bibbie italiane appare solitamente come Galaad, e che alla lettera in ebraico significa "mucchio della testimonianza", è una regione della Transgiordania, ma qui è il nome della piccola cittadina dell'Iowa in cui vive il protagonista, il reverendo John Ames, predicatore congregazionista, figlio e nipote di predicatori e padre in tarda età di un figlio giunto in extremis. Proprio al figlio, che ha sette anni, il reverendo ormai alle soglie della morte (siamo nel 1956) indirizza un diario – questo libro – che è insieme memoria famigliare, giornale quotidiano, zibaldone spirituale, lascito teologico e summa di un'esistenza.
Un'esistenza appartata, silenziosa (se si escludono i tanti sermoni domenicali) e quasi priva di avvenimenti, ben diversa da quella del nonno, profeta visionario, agguerrito abolizionista, sostenitore della lotta armata contro la schiavitù, e diversa anche da quella del padre, convinto pacifista di tendenze quacchere, in conflitto tanto con la generazione precedente quanto con quella successiva influenzata dalla speculazione filosofica europea e ormai a disagio con i dogmi indiscussi. Un'esistenza trascorsa nella solitudine e nella preghiera, fra letture di "vecchi libri" e partite di baseball ascoltate alla radio. Un'esistenza solo in tarda età illuminata dall'amore di una donna, una donna "intensa e severa", apparsa dal nulla come un angelo, o come una donna di Betania, con il suo vaso d'alabastro pieno d'olio profumato, pieno di balsamo.
La gratitudine verso Dio per questa tardiva inattesa consolazione è il tratto dominante del protagonista, il chiavistello che gli permette di posare su tutto ciò che lo circonda uno sguardo purificato, di riconciliarsi con le figure ostiche del nonno e del padre, di abbracciare nel ricordo il lontano fratello Edward (studioso di quel Feuerbach che, se per Edward è stata la via maestra all'ateismo, per John Ames è un imbattibile cantore degli "aspetti gioiosi della religione") e, infine, di accogliere e perdonare e benedire il giovane Jack Boughton, figlio scapestrato e impenitente del suo più caro amico, e per lui fonte di ansietà e gelosie senili.
Senza quasi che il lettore se ne accorga, Marilynne Robinson racconta in questo libro niente meno che la storia di un santo, un santo che non si fa annunciare da roboanti miracoli e che mai oserebbe proclamarsi tale, e l'inconsueto fascino del libro sta proprio in questo dire tutto dando l'impressione di non dire niente, con uno stile profondo e umile (molto ben reso in traduzione) che è l'esatto contrario del vuoto virtuosismo di tanti scrittori che vanno per la maggiore. (...)
khinna alle 09:36 in: robinson marilynne, cibrario benedetta
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